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Intervista di Evo Morales su America Latina e Usa Una lunga intervista al presidente boliviano Evo Morales è stata curata dalla rivista americana Democracy Now!, ad opera di Juan González
in occasione della sua visita a New York per tenere la relazione sulle questioni indigene presso il Forum Permanente delle Nazioni Unite. Morales, il primo presidente indigeno eletto nel 2005 con un forte sostegno popolare, affronta le grandi problematiche della fame nel mondo e del cambiamento climatico ed entra nel vivo del dibattito sugli biocarburanti. Non manca di soffermarsi sulle relazioni con il Paraguay del neopresidente Fernando Lugo, nonché sulla sua intenzione di introdurre una nuova costituzione in Bolivia, non risparmia accuse contro le trame cospirative dell’ambasciatore Usa e giudizi sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
Riguardo al cambiamento climatico Morales si pone nel doppio ruolo di leader del sindacato contadino e di presidente della Bolivia, per ribadire che i cosiddetti Paesi in via di sviluppo sono i più colpiti dai fenomeni naturali, il cui verificarsi è da addebitarsi alla «sfrenata industrializzazione dell’Occidente». Quest’ultimo deve assumersene l’onere e ha l’obbligo di pagare questo «debito ambientale» verso il pianeta Terra. Ma ci sono anche altri fattori che hanno contribuito a determinare questa situazione: l’inflazione dei prodotti agricoli e i programmi attuati da alcuni presidenti legati ai movimenti bio o agrocarburanti, che sottraggono milioni di ettari di terra alla produzione agricola.
È bene ribadire, secondo Morales, che la terra è destinata alla riproduzione della vita, al sostentamento delle persone, al nutrimento delle famiglie e non può essere impiegata per far camminare rottami di metallo. E si dice fiducioso degli sviluppi futuri perché ritiene che i leader promotori dei biocarburanti, primo tra tutti il presidente brasiliano Lula, non rimarranno insensibili di fronte «al grido del popolo della Bolivia, del popolo dell’America Latina e del mondo intero, che vuole avere più cibo e non più automobili». In accordo con la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, Morales riconduce l’aumento dei prezzi alimentari ai biocarburanti.
Parole di affetto rivolge il presidente boliviano al «compagno, fratello» Fernando Lugo, dandogli il suo «benvenuto nell’asse del male». In verità si tratta di «un asse per l’umanità», democrazie liberatrici. L’augurio è che possano continuare a crescere in America Latina, e la prossima tappa saranno il Perù e la Colombia, con presidenti o governi subordinati ai loro popoli e non all’impero. Un obiettivo importante è il miglioramento delle relazioni tra Bolivia e Paraguay, piccoli Paesi che debbono confrontarsi con i grandi della regione, Brasile, Argentina e Venezuela, per trovare politiche comuni e condivise.
Questo «asse del male» è andato ingrandendosi: prima era costituito da Fidel e Chavez, a cui si è aggiunto lui e subito dopo il presidente dell’Equador. E ora tocca al neoeletto Lugo. Forte è la denuncia da parte di Morales del clima di aggressione e provocazione esercitato da Bush, che non può più operare in America Latina attraverso «dittature al servizio dell’impero». La situazione politica attuale nella regione è il risultato di lotte che hanno portato al succedersi di governi neoliberali pro-capitalisti e alla crescita dei movimenti sociali con le loro rivendicazioni di dignità, sovranità e sviluppo. La democrazie liberatrici in America Latina sono in aumento, ma questo non significa interrompere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti o altri. Significa migliorarli ed avviare nuove relazioni commerciali, di cooperazione e crediti, ma nel quadro di rispetto reciproco. Non si può non riconoscere la leadership mondiale esercitata dagli Stati Uniti. (28.04.08) |