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Intervista a Paolo Ciofi L'errore è stato avere una visione dimezzata della città di Roma. Come quell’eroe del romanzo di Calvino, il visconte perso nella radura di Boemia, che vede il mondo prima con la metà cattiva, poi con la metà buona o “buonista”. Come a dire, per fare un’analisi e anche per vincere una campagna elettorale e governare bene, servono soprattutto le sfumature. E un profondo esame della realtà circostante. E’ questo in sintesi il fulcro della chiacchierata con Paolo Ciofi, economista e saggista, che è stato segretario della federazione romana del Pci e segretario regionale all’epoca di Enrico Berlinguer. «La conquista di Roma da parte della destra cambia vistosamente il quadro politico nazionale, e lo fa non solo per ragioni simboliche, ma perché per la prima volta la coalizione capeggiata da Berlusconi supera una visione duale, cioè Milano contro Roma, la capitale economica contro quella istituzionale» spiega l’economista. «E questo è un salto di qualità perché, se Berlusconi riesce a costruire un’architettura politico-istituzionale capace di connettere il leghismo con l’autonomismo della Sicilia e con i problemi del Mezzogiorno, getta le basi per una lunga fase di governo. Poi – continua Ciofi – la vittoria di Alemanno va vista anche in una prospettiva di ordine nazionale dalla quale oggi il centrodestra ha la possibilità di esercitare una vera egemonia sull’intero Paese e questo è un fatto rilavante». Una terna di sindaci capitolini del Pci molto citata – Argan, Petroselli, Vetere – che ha risanato le borgate, a un certo punto si è conclusa. Adesso Rutelli, Veltroni, Veltroni bis “sfiduciati” dai romani. La storia si ripete? La vicenda delle giunte di sinistra che è durata circa dieci anni si è inserita nel contesto nazionale dell’attacco condotto alla politica del Pci. Quando nel 1975 il Pci divenne forza di governo alla regione e poi nel ’76 conquistò il comune, il Partito comunista diventò anche forza di governo nella capitale dello Stato, cioè dai confini delle regioni rosse si fa forza di governo nazionale. Fu l’omicidio di Aldo Moro a cambiare il terreno. Ma in passato ci fu un difetto di comunicazione, come si dice oggi? A quell’epoca la città si stava trasformando perciò, dopo il risanamento delle borgate e altre iniziative portate avanti dalle giunte del Pci, è mancata la capacità di affrontare il ruolo di Roma come capitale dello Stato con le parti economico-produttive, scientifiche e via dicendo. Poi quando uno non vuole ammettere la sconfitta dice sempre “abbiamo fatto bene ma comunicato male”. E oggi perché ha fallito il modello Roma di Bettini, Veltroni e Rutelli? Perché questo modello ha finito per spaccare in due la città. Insomma il tappeto rosso della Festa di Roma e le periferie, il modello Roma e la povertà che avanza. Cioè questa autoreferenzialità della politica che si considera onnipotente da una parte e, dall’altra, invece la società che si disgrega nella spinta della globalizzazione. Mi ha molto colpito la frase di Rutelli in cui ha detto: “Mi hanno mandato a sbattere in una città devastata e ridotta allo stremo”. Come se lui fosse un marziano. La verità è che questo gruppo dirigente che ha governato Roma in tutti questi anni ha dato una lettura acritica della realtà, una visione della città del tutto ideologica. Insomma nessun paragone tra Pd e le giunte rosse... Proprio le scelte compiute dal Pd sono state quelle che hanno tagliato i ponti con quella esperienza perché hanno rappresentato gli interessi di una borghesia rampante e speculativa ed è per questo che Rutelli ha perso. Un candidato apparso anche appesantito dal piombo dell’esercizio del potere prolungato: ora è neocon dopo essere stato verde, radicale ed esponente del laicismo più oltranzista. E la sinistra? La sinistra è stata in un certo senso dentro questo difetto culturale e analitico che ha impedito di vedere la realtà. Adesso la sinistra romana deve fare un lavoro enorme per dare una nuova idea “per Roma” al posto del modello Roma. Occorre un ridisegno del modello urbano e sociale, ma ciò non si può fare senza tener presente i processi globali e senza la capacità di dare risposte concrete e non propaganda, perché poi i partiti se non sono in grado di dare risposte non esistono: si possono chiamare come vogliono ma scompaiono. Occorre riflettere sul fatto che la sinistra per tantissimi anni ha avuto la responsabilità di assessorati chiave come quelli del Lavoro e delle Periferie e, se dopo tutto questo tempo accade che la rappresentanza in Comune è irrilevante, allora non basta dire che la Sinistra arcobaleno è stata un aborto. Vuol dire che la sua azione non ha inciso nella realtà metropolitana. Penso che tutta l’esperienza della sinistra così come è emersa dalla crisi dell’89 vada ripensata con grande coraggio, perché bisogna fare una sinistra nuova. In che modo? Cioè con delle caratteristiche popolari e di massa, capace di incidere nella realtà altrimenti il ruolo della sinistra è del tutto marginale. Come si fa? Sai che questa destra di Alemanno, la cosiddetta destra sociale, ha studiato il modo in cui il partito comunista è diventato una forza di massa in questa città, come ha parlato alle borgate? Non a caso Alemanno ha detto che ammira molto il sindaco Petroselli – per la verità sono in tanti adesso ad ammirarlo. Ma Petroselli poté fare il risanamento delle borgate perché dietro di lui c’era un partito comunista che aveva un radicamento di massa. Il Pci che nel dopoguerra a Roma era una piccola minoranza tra i vari gruppi di sinistra poi diventa forza di massa perché si connette a tutti quei diseredati di allora che erano gli immigrati che venivano dal resto dell’Italia e che non erano cittadini romani. Petroselli diede loro la dignità e con loro poi organizzò le lotte per conquistare i diritti. E quando Bettini dice che Roma è sempre stata una città di destra governata dal centrosinistra dice una fesseria... Antonella De Biasi |