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Torino E' accogliente la città operaia, il primo maggio. In migliaia si sono riversati per le strade del centro: c’è il corteo tradizionale della festa dei lavoratori, è la festa di tutti. C’è un’atmosfera familiare, a Torino, il primo maggio: li vedi arrivare a piedi o in bicicletta, con un fazzoletto rosso al collo, una bandiera, bambini e cani al seguito, uomini e donne dalla città e dalla provincia. 35mila, diranno poi gli organizzatori. C’è voglia di partecipare, di parlare di politica, nonostante tutto. E’ il primo maggio di sempre, ma quest’anno è diverso. In migliaia si sentono “orfani” della sinistra, cancellata dal Parlamento, forse per questo anche una canzone e tanti pugni chiusi possono “dare forza a chi è deluso”, per dirla con una vecchia canzone del Primo maggio, e a volte provocare una lacrima. «Coraggio», «noi ci siamo», «non siamo morti». «Coraggio, Diliberto», come se darne servisse a darselo per se stessi. «C’è un clima combattivo - commenta il segretario del Pdci - siamo feriti ma non arresi». E’ accogliente la città operaia: quando sfilano i Comunisti italiani - una presenza numerosa e organizzata nel corteo torinese - con le loro bandiere, con quella falce e martello che l’Arcobaleno aveva nascosto, sono tanti gli applausi che partono dalle due ali di gente che stringono come in un abbraccio il lungo corteo. Il segretario nazionale del Pdci, che quest’anno ha deciso di partecipare alla manifestazione di Torino sorride, saluta, risponde a chi chiede “cosa si fa adesso?”, “come si riparte?”, a chi domanda “unità”. E la risposta di Oliviero Diliberto e del Pdci, alla prova della prima grande manifestazione di popolo dopo la sconfitta della Sinistra arcobaleno, non si fa attendere. Con il segretario torinese Vincenzo Chieppa e tantissimi militanti, i comunisti presenti nelle istituzioni, l’europarlamentare Marco Rizzo, Diliberto porta uno striscione che dice quale sarà il cimento del Pdci da qui al congresso: “Per l’unità dei comunisti”. La sconfitta elettorale è stata pesante, la sinistra non ha rappresentanti in Parlamento, l’Arcobaleno è stato bocciato dagli elettori, dunque «si riparte da quello che c’è». E’ già circolato per iniziativa di lavoratori, intellettuali, rappresentanti di associazioni e tantissime altre personalità un appello per l’unità dei comunisti, per tenere assieme i due partiti strutturati che nel loro simbolo hanno la falce e martello e tutti quegli uomini e donne che non hanno mai smesso di definirsi comunisti pur non militando in nessun partito. «Noi ci siamo e ci saremo», dice Diliberto. «E il significato di questo Primo maggio, dopo lo “tsunami” che ha attraversato la sinistra, è essere alla festa dei lavoratori per dire che noi vogliamo ripartire da qui: dal lavoro e dagli operai. E ripartire dalla falce e martello che non è un simbolo astratto ma il simbolo del lavoro». Così il segretario, alla sua prima festa dei lavoratori nella città operaia che quest’anno ricorda le sette giovani vittime del rogo della ThyssenKrupp oltre alle altre centinaia di vite che spesso nel silenzio più assordante si sono spente in questo primo scorcio di 2008. «In realtà, è un impegno che avevo preso precedentemente alla tragedia della Thyssen. Lo avevo promesso ai compagni torinesi ancor prima delle elezioni», spiega Diliberto, che qui avrebbe dovuto correre come capolista alle elezioni di aprile. Fino alla sua decisione di lasciare il posto a Ciro Argentino, operaio in quella fabbrica di giovani e di vite distrutte per l’incuria aziendale. «E’ anche un modo per dare un segnale a una delle federazioni del Pdci più grandi d’Italia». Ciro corre da una parte all’altra del corteo, sfila con i compagni del Pdci e con quelli di lavoro, ha in mano la bandiera rossa delle Rsu di Fiom, Fim e Uilm. «Oggi a Torino è una grande giornata di festa per i lavoratori», dice. Ma l’amaro non manca, perché «una capitale storica della classe operaia si trova a dover ricordare i morti della Thyssen. Quella tragedia è un motivo in più per rivendicare più salari, più sicurezza e meno precarietà, altrimenti - conclude - continueremo ad essere feriti». Marco Rizzo è convinto che bisogna «ritrovare le nostre radici e non cercare magari l’inciucio col Pd». E’ essenziale, afferma, ripartire dal conflitto di classe e dal conflitto sociale. E per ricominciare da capo «serve un grande bagno di umiltà». Il Pdci si è messo dunque in ascolto e qualche segnale incoraggiante è già arrivato. «E’ una giornata bellissima - dice Chieppa - per noi da oggi parte il processo costituente per l’unità dei comunisti». L’accoglienza è calda e festosa, il furgone dell’«Antifascismo militante» continua a pompare decibel di lotta, Bella ciao, El pueblo unido e la Stalingrado degli Stormy six. Se la proposta dell’unità dei comunisti potesse avere un volto sarebbe quello degli uomini e delle donne incontrate nel percorso che da piazza Vittorio arriva a piazza San Carlo. «Sarebbe bello sfilare con i simboli dei comunisti e tutti insieme. Ma i compagni di Rifondazione non hanno risposto - conclude Diliberto - speriamo che ci possano ripensare». Raffaella Angelino |