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Editoriale
Uno splendido Primo maggio PDF Stampa E-mail

Ritrovarsi a Torino per risalire la china, partendo proprio dalla città simbolo del lavoro. Farlo, partecipando al corteo sindacale del Primo maggio. Attraversare la città, fra ali di gente che saluta e dimostra la propria solidarietà. Il soggetto sono i comunisti, uomini e donne con le loro storie, con la rabbia di un risultato oltremodo punitivo che li vorrebbe fuori dalla storia, consapevoli delle difficoltà che li attendono, eppure determinati. Testardamente determinati, a voler dimostrare che non solo ci sono ma che continueranno ad esserci.
La manifestazione di Torino rappresenta il primo appuntamento di massa dopo le sconfitte elettorali che hanno cancellato dalle istituzioni nazionali la sinistra italiana. Un appuntamento di quelli che contano. In questi giorni in tanti ci hanno raccontato del distacco fra il mondo del lavoro e chi li dovrebbe rappresentare, la sinistra. Una difficoltà reale, palpabile. Tanti hanno voluto disegnare un universo operaio chiuso in se stesso, incapace di sognare un mondo migliore, irretito dalle promesse berlusconiane o dalla retorica leghista. Tutto vero.
Come vere sono le critiche ad una sinistra che si è dimostrata inadeguata alla sfida elettorale e fiaccata da due anni di governo Prodi pieni di difficoltà a bocconi amari. Ma nonostante tutto questo quelle facce, ora sorridenti ora buie, che a Torino applaudivano al passaggio di Diliberto e dello striscione dei Comunisti italiani, e che hanno sfilato in tante piazze d’Italia il Primo maggio, sono ancora la parte migliore di questo paese. Chiedevano diritti, il diritto a lavorare e il diritto a non morire di lavoro. Richieste antiche, ma tanto, tanto, attuali.
Visi più giovani hanno invece riempito quella grande piazza, ricca di storia e simboli, che è San Giovanni a Roma. Un milione, dicono le cronache dei giornali. Tantissimi sicuramente. Giovani certamente venuti a Roma da ogni parte d’Italia per ascoltare della buona musica, giovani spesso delusi dalla politica dei palazzi, desiderosi di un protagonismo nuovo che questi partiti – anche il nostro – difficilmente concedono. Molti di loro non facevano mancare battute sarcastiche sulla crisi della sinistra o frasi al vetriolo su alcuni dirigenti “imborghesiti” dal potere e dalle poltrone. Ma anche in questa agorà di muscoli e sudore, che si esalta al suono delle note e alle grida dei propri idoli sotto un caldo sole di maggio, vibra il cuore di quanti non si rassegnano. Non si rassegnano a vivere una esistenza sotto Berlusconi, e quel che è peggio sotto il berlusconismo che vorrebbe tutti veline o tronisti. Lo si capisce da tante cose, anche dai sorrisi e dalla voglia di scherzare. Ci sono, e lo gridano al mondo. Senza pudori o vergogne. Lo gridano soprattutto a quel mondo che si è affrettato a dare per morta la sinistra. Quel milione di voci che si sono unite a quelle di Enrico Capuano, Claudio Santamaria e i Bisca, per cantare Bella ciao facevano venire i brividi. Quei brividi che vengono quando senti di condividere forti sentimenti con gli altri.
Due momenti della medesima giornata. Di uno splendido Primo maggio. Due momenti che devono essere da monito e insegnamento in quella difficile traversata che ci attende e che il prossimo congresso nazionale del Pdci proverà a rendere meno irta di incognite. Due momenti, però, che ci danno coraggio: noi, i comunisti, ci siamo!
Maurizio Musolino

 
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